May 21, 01:08 AM pubblicato in Antologia del brigantaggio da webmaster

Nella terra dei Briganti

Nella terra dei briganti vicende storiche

     

   Cofanetto d'argento rinvenuto nei boschi di Aquilonia

(da Manhès Mc Farlan) Crocco dunque, che disponeva di circa cinquecento uomini,alzò il primo grido di reazione e di «Viva Francesco II» il 17 aprile 1861 nel bosco di Lagopesole, spacciandosi per generale del Re,con pieni poteri.
La prima incursione fu fatta a Ripacandida, poi nel villaggio di Ginestra; infine il 10 aprile 1861 i briganti giunsero a Venosa,commettendo atrocità senza nome e saccheggiandola tutta. La banda passò quindi a Lavello, a Melfi dove rimase tre giorni,uscendo il giorno 18, e dirigendosi ad invadere Monteverde,Carbonara e Calitri in provincia di Avellino.

 

Monili d'argento trovati nei boschi di Aquilonia covo dei briganti

Crocco era padrone di vasta zona della provincia, aveva proseliti in ogni comune, era il terrore dei commercianti, ai quali ogni strada era chiusa,in specie per recarsi a Napoli,qualora Crocco non lo avesse permesso. Così pure per i grandi proprietari e coloni di vaste ed estese terre,per i quali un semplice biglietto di Crocco, per aver danaro vitto ed armi era più che un ordine, eseguito prontamente per non subire incendi e distruzioni di animali. Il 22 ottobre 1861 Crocco si unì con il generale Borjès, e la banda di Crocco, che ormai aveva riconosciuto l'autorità dello Spagnolo assaltava Trivigno, Castelmezzano, Garaguso, Salandra, Craco, Cirigliano, Accettura, Grassano, Vaglio, Pietragalla, Bella.
Ma Borjès andò via. Dopo la partenza di Borjès, finito il miraggio borbonico,rimasto solamente quello della rapina, tutta la banda fu divisa in quarantaquattro comitive, capitanata ciascuna da un capo brigante, il quale dava nome alla compagnia. Vi era così quella di Sacchitiello, di Ninco-Nanco, di Giuseppe Caruso, di Ciucciariello.
Bastavano cinque o sei uomini di un paese, e spesso ad essi si univano anche donne come la Marinelli, la Cianciarulo, la Curiello, deturpando con abiti strani l'indole e la grazia femminili, e lasciando tristi ricordi di sfacciata libidine e di atti crudeli.
Ma Crocco, cui era rimasta la banda più numerosa e formata da uomini di maggior fegato, non si mostrava solamente nei dintorni di Melfi: faceva incursioni nella Puglia, di qua dall'Ofanto, nella provincia di Avellino e di Capitanata.
Con quasi quotidiani conflitti si stava per chiudere il 1862 ed iniziarsi ancora più ferocemente l'anno 1863. Furono mandate nuove truppe ed il comando fu dato al colonnello Bandini. Si credette che il Melfese potesse godere un pò di pace. Ma fu vana speranza perché Crocco, che aveva cento briganti a cavallo, vedendosi perseguitato da molta forza si unì ad altri capibanda: così le bande riunite di Crocco, NincoNanco, Caruso Coppa e Gioseffi, con altri duecento uomini a cavallo, il 12 marzo 1863, si gettarono improvvisamente sopra diciotto cavalleggeri di Saluzzo, comandati dal luogotenente Giacomo Bianchi. Quasi tutti i cavalleggeri caddero sotto la prima scarica, al luogotenente, semivivo, ancora, fu recisa la testa e fu recisa anche al sergente e le teste vennero esposte con una pietra fra i denti, sopra la tettoia di una masseria.
Ai primi del 1864 fu inviato in Basilicata il generale Pallavicini che doveva avere la fortuna di abbattere Crocco. Pallavicini non prese mezze misure; cominciò ad agire con la massima celerità per colpire i briganti e con il fuoco e con la fame. Pena la morte a chiunque somministrava ad essi viveri e tale disposizione fu applicata senza riguardi e senza pietà. Egli non vedeva e non avvicinava nessuno estraneo al suo ministero; vegliava di notte, pensando alle operazioni del domani, e la destinazione delle truppe era conosciuta pochi minuti prima della partenza, sicché succedeva che non era possibile che i manutengoli potessero informare i briganti. La lotta dava i suoi frutti; Carmine Crocco si vedeva perseguitato dalla truppa, scacciato dai paesani; intanto i suoi luogotenenti venivano annientati: NincoNanco, Sacchetiello, Schiavone...
Si era nell'agosto del 1864 quando Crocco, inseguito sempre dai soldati del generale Pallavicini, con otto dei suoi, prese la volta del territorio romano. Di fatto egli abbandonò la Basilicata, e camminando di notte attraverso monti e foreste cercando sempre di evitare paesi, e passando inosservato dalla pubblica sicurezza di quattro province, toccò lo Stato Pontificio il 14 agosto 1864; il giorno dopo giunse a Roma e fu messo nelle Carceri Nuove.
Schiavone, uno dei capi banda di Crocco, aveva preceduto di poco il suo capo, ma era stato di questi assai meno furbo.
Anche egli desideroso di pace, con cinque dei suoi, si ritirò nell'Avellinese e precisamente a Bisaccia, dove aveva non pochi amici, e protezione larga ed estesa dalle famiglie ricche. Per Schiavone però era suonata l'ultima ora, ed era destinato il maggiore Rossi del 19° bersaglieri a far prigioniero questa iena del brigantaggio. Alla cattura contribuì la favorita del brigante, a nome Rosa Giuliani. Questa, per gelosia e per precedenti rancori, denunziò al delegato di Candela che Schiavone con il capobanda Petrelli di Deliceto, la notte dal 25 al 26 novembre, si sarebbe ricoverato nella masseria Vassallo. Il delegato avvertì immediatamente il maggiore Rossi, che corse in vicinanza della masseria. Giunti mentre imperversava un terribile uragano circondarono il fabbricato; i briganti tentarono salvarsi con la fuga, ma fu inutile giacché furono presi tutti e cinque. Tradotti a Melfi il mattino del 28 novembre 1864 furono giudicati da un Consiglio di Guerra e condannati alla fucilazione.

Banda Sacchetiello catturata in casa dei Rago a Bisaccia                        

Poco dopo cadeva anche Sacchetiello. Il generale Pallavicini aveva avuto la «confidenza» che il capobanda, il quale portava la desolazione nella zona di Lacedonia, si era rifugiato in casa dei signori Rago Michele e dello zio Rago Donato, in una vasta camera sotterranea.
I Rago, per allontanare ogni sospetto sul loro conto avevano aperto il loro palazzo a trattenimento, nella serata, a tutti gli ufficiali, e proprio quella sera davano un ballo. Al piano superiore si intrecciavano le danze, mentre nel nascondiglio sotto la volta della galleria, i briganti banchettavano allegramente.
Erano le undici di sera quando il  palazzo Rago venne circondato dai soldati. Con le indicazioni precise un maggiore si portò direttamente con venti bersaglieri e cavalleggeri nella stanza indicata, dalla quale per mezzo di una scala nascosta dietro un armadio, si scendeva al sottoposto locale, distaccato dal muro l'armadio si presentò la porta che fu facile aprire. Discesi i soldati trovarono difatti il capobanda Agostino Sacchetiello, il fratello Vito, il brigante Pasquale Gentile,

Maria Lucia Nella la druda di Crocco e Giuseppina Vitale

la druda Giuseppina Vitale, e quella stessa del Crocco, a nome Maria Giovannina Di Ruvo. I briganti furono tradotti ad Avellino e messi a disposizione del tribunale militare, ed i signori Rago, uomini e donne, poichè era cessata la legge Piga, ebbero chi venti, chi quindici, chi dieci anni di lavori forzati.  
Giuseppe Caruso ex braccio destro di Crocco, divenuto poi guida dell'esercito Piemontese racconta: La mia operazione, da me guidata, fu al bosco di Zampaglione sul monte di Calitri, dove sorpresi nel Casone la banda di Crocco; nel conflitto rimasero uccisi quattro briganti, sette furono feriti e caddero nelle nostre mani venti cavalli completamente bardati e molte vettovaglie.
L'inizio della nuova carriera era stato per me felicissimo; Iddio mi proteggeva e fu lui a sostenermi, mantenendomi incolume nei numerosi conflitti. Il generale Pallavicini divenne in breve entusiasta dell'opera mia e mi compensò moralmente e materialmente con tanta larghezza che io sentii crescere in me il dovere di adoperarmi in ogni modo per la repressione del brigantaggio. Presi parte a tutte le spedizioni contro il Crocco, in tutte riuscii in qualche modo a sorprendere la banda ed a far prigionieri e far cadere uccisi parecchi briganti, ma era destino che il Crocco, il mio nemico, dovesse con la sua abilità diabolica, sfuggirmi sempre! Sfuggito ad agguati ed a battaglie, il Crocco però si aggirò nel fitto dei boschi,ruggendo quale leone ferito, e giurò in cuor suo di bere il mio sangue. Numerose furono le bande di briganti che infestarono il territorio aquilonese. Oltre a quella di Carmine Donatelli Crocco, capo brigante di Rionero, che nell'Aprile del 1861 assaltò il paese innalzando la bandiera dei Borbone, per legarsi alla lotta legittimista in difesa della spodestata monarchia. Altre masnade brigantesche capeggiate da Agostino Sacchetiello detto "Caporal Agostino", da Bisaccia  e da Callarulo, della vicina Andretta, non meno decisi e spietati di Crocco, agivano nei boschi di Sassano, Montarcangelo, Pietrapalomba e nella fitta foresta di Castiglione.

Monete del regno delle due sicilie trovate nei boschi di Aquilonia (bottino nascosto dei briganti)


Sacchetiello giunse nel 1863 nel territorio aquilonese, compiendo sequestri di persona, grassazioni ed omicidi. Tra il 1863 e il 1865 la vita fuori dalle case del paese, abbrancate alla ripa, divenne molto difficile e piena di insidie: uscire dal paese, attraversare i passi per recarsi nei borghi vicini o soggiornare nelle isolate masserie era molto pericoloso.

Monete trovate nei boschi di Aquilonia (bottino di briganti)

Nel Luglio 1864 vi furono numerosi sequestri di persona a Fontana Nocella ed assalti alle masserie di Groveggiante e di Montarcangelo, con decine di scontri a fuoco e numerosi morti e feriti tra i briganti ed i soldati che davano loro la caccia. Nei mesi successivi a poco a poco gli ultimi gregari furono arrestati o si consegnarono spontaneamente alle autorità, godendo cosí di qualche sconto di pena.
I boschi di Aquilonia tornarono ad essere il regno dei cinghiali e delle volpi.