Feb 1, 05:21 PM pubblicato in Antologia del brigantaggio da webmaster

Rasegna foto di briganti (49)

Non brigante , ma vero Principe della chiesa!


Sua Eccellenza il Cardinale Ruffo.
Dopo la battaglia del 13 giugno che molto deluse le speranze dei patrioti, il Cardinale Ruffo, con De Cesare per aiutante di campo, e Mammone, Fra’ Diavolo, Sciarra, Panedigrano e Pansanera per luogotenenti, si impadronì del Ponte della Maddalena, del forte del Carmine e di tutta la parte orientale di Napoli. Aveva ai suoi ordini, come milizia ausiliaria, Russi, Turchi, Inglesi e Greci. I suoi avamposti si estendevano fino alle estremità della strada di Toledo. I repubblicani, dal canto loro, erano padroni di piazza San Ferdinando, del Palazzo Nazionale, come si chiamava allora il Palazzo Reale, le cui finestre basse erano munite di cannoni, del Teatro San Carlo, e comunicavano con Castelnuovo a mezzo dell’Arsenale, con Castel dell’Ovo per Santa Lucia; poi come punti culminanti, avevano Pizzofalcone e il palazzo Roccaromana. Più di mezza città era, dunque, nelle mani delle milizie sanfediste…... L’ora, però, della fine della Repubblica Partenopea era giunta. Abbiamo visto nel capitolo precedente come mezza città di Napoli fosse nelle mani dei sanfedisti. Il Cardinale Ruffo stimando dover avvalersi della notte, non solo per disposizioni militari, ma per preparativi morali deliberò di avere un Santo tutto suo, giacché San Gennaro è di tutti. Nella sera del tredici e nella mattina del quattordici, fece correre la voce che Sant’Antonio di Padova, da non confondere con Sant’Antonio l’anacoreta, gli era apparso in sogno invece che San Gennaro, già da troppo tempo protettore di Napoli, e gli aveva rivelato che i patrioti avevano risoluto di impiccare tutti i lazzaroni della città, quando fosse suonata la ritirata. Dovevano lasciar vivi i soli fanciulli, per educarli all’ateismo, ed a questo fine era stata fatta una distribuzione di corde ai giacobini; ma Sant’Antonio, la cui festa si celebrava quel giorno, non avrebbe permesso che si perpetrasse tanto delitto nelle ventiquattro ore a lui dedicate. Per dare maggiore credito alla rivelazione, per colpire gli occhi nello stesso tempo che le orecchie, aveva fatto dipingere Sant’Antonio che gli appariva con le mani piene di corde, mentre il Cardinale in ginocchio lo supplicava di salvare i realisti dalla morte che li minacciava. I lazzaroni erano quelli che erano invitati a visitare le case ed a rendere responsabili i proprietari ed anche i pigionali delle corde che avrebbero trovate presso di loro. Ciò era un invito indiretto ad impiccare pigionali e proprietari con quelle stesse corde.Non occorre dire che dagli spiragli delle cantine erano state gettate molte corde nelle case dei repubblicani, destinati anticipatamente alla vendetta del popolo. La prima vittima di questa favola, tanto più terribile quanto più assurda, fu un povero macellaio a nome Cristofaro, che aveva con sè una certa quantità di cordami, per impastoiare i vitelli, le giovenche, i buoi ed i montoni: i lazzaroni, trovatele si misero a gridare: eccole… ecco quelle corde che dovevano strangolarci tutti! Il povero macellaio fu ucciso a colpi di spillo, e quando fu spirato, il cadavere fu fatto a pezzi, ed i brandelli di carne sospesi agli uncini di ferro della sua bottega, mentre il capo incoronato delle corde trovate in casa sua fu confitto sulla punta di una baionetta. Fu questo il segnale della strage; ed ecco quello che ne racconta l’autore delle Memorie da servire alla rivoluzione di Napoli. «Inoltre il Cardinale aveva fatto fabbricare una quantità di queste corde, che faceva spargere in certe case per dare a questa impostura l’apparenza della verità: i giovani della città, che erano stati forzati ad iscriversi nella Guardia Nazionale, fuggivano, alcuni travestiti da donne, altri da lazzaroni e si nascondevano nelle abitazioni le più miserabili ed in case non sospette. Ma quelli stessi che avevano avuta la fortuna di passare in mezzo al popolo senza essere riconosciuti non trovavano nessuno che volesse ricoverarli. Si sapeva purtroppo che le case ove essi fossero trovati, non sarebbero sfuggite ai saccheggi ed all’incendio. Questi infelici, non trovando alcuno che volesse dar loro asilo, furono costretti a nascondersi nelle fogne della città, dove incontravano spesso degli sfortunati come loro, e di dove erano obbligati ad uscire durante la notte, per andare in cerca di qualche nutrimento per non morire di fame e di infezione. I lazzaroni li scoprivano, trattenendosi verso sera all’apertura dei condotti sotterranei, e facendo spirare fra le torture quelli che uscivano; in seguito portavano le loro teste al Cardinale Ruffo, che le pagava dieci ducati l’una».