Sep 8, 12:07 PM pubblicato in Antologia del brigantaggio da webmaster

Sulle tracce dei briganti

La valanga di S.E. Ruffo, le battaglie della Santa Fede, il macello dei Sanfedisti a Napoli e le visioni del Cardinale Ruffo.

    (Brigantaggio Gen.Antonio Manhès Col.R.Mc.Farlan) Delitto per il delitto, il sangue per veder correre il sangue, l'atrocità per l'atrocità ed ecco Gaetano Mammone, il brigante criminale per eccellenza, il più feroce, il più efferato.

 

   Gaetano Mammone è uno dei primi esempi da studiare sulla monomania dell'omicidio; non è un uomo della nostra Europa, è un selvaggio, un cannibale tra i più bestiali.
Il suo carattere lo spingeva irresistibilmente, invincibilmente alla distruzione, e se si fosse pensato a serbare il suo capo e sottoporlo all'esame ed all'indagine degli uomini moderni di scienza, essi avrebbero subito riconosciuto in quel cranio, più bestiale che umano, le escrescenze che nascono nella parte posteriore di quello della tigre.   Gaetano Mammone era nato a Sora, in Terra di Lavoro, ed esercitava la professione di mugnaio, che poco si accordava con i suoi gusti di carnivoro feroce, e con i suoi istinti sanguinari.   Sulla sua fanciullezza non si può dire altro che egli non mancasse mai di assistere alla macellazione pubblica dei buoi nel macello o nelle botteghe dei beccai, gustava freneticamente i fremiti nervosi dell'agonia delle bestie, si convelleva al primo fiotto di sangue che sgorgava dalle ferite ed infine gongolava di gioia quando gli veniva permesso di succhiare agli orli della piaga.


   Si può facilmente comprendere che cosa è destinato a diventare un uomo simile una volta che si è dato alla macchia e che è diventato capo di una banda, formata di uomini quasi a lui simili nella ferocia.
   D'altra parte i particolari su questo uomo mancano, e per parecchio tempo dopo la sua morte si è evitato, anche dai compaesani fame il nome, quasi si temesse perfino la sua ombra!
   Solamente Cuoco nella sua Storia della rivoluzione di Napoli gli consacra una pagina che tutti gli altri storici hanno ripetuta dopo di lui, e che è quella che dà più viva e reale la figura del brigante.
   «Gaetano Mammone dapprima mugnaio, poi generale in capo della insurrezione di Sora, è un mostro orribile di cui difficilmente si potrà mai trovare l'uguale».
   Avuto per due mesi il comando in una zona poco estesa, fece fucilare trecentocinquanta infelici ed oltre il doppio fece uccidere dai suoi satelliti. Non parliamo dei saccheggi, delle violenze, degli incendi; non parliamo delle carceri orribili nelle quali gettava gli infelici che cadevano nelle sue mani, né dei suoi nuovi generi di morte che aveva inventati. Ha rinnovato le invenzioni di Mezenzio e di Procuste. La sua avidità per il sangue umano era tale che beveva fino all'ultima goccia quello degli sventurati che faceva scannare. Chi scrive queste linee lo ha veduto, in mancanza d'altro, bere il suo proprio sangue dopo essere stato salassato. Allorché pranzava aveva sempre sulla tavola una testa tagliata di fresco e beveva sempre in un cranio umano. Eppure a questo mostro, Ferdinando scriveva dalla Sicilia: «mio generale ed amico!».    Ecco le sole notizie che la storia ci dà su questo sciagurato: il resto è leggenda, ma se vale la pena di riportare quello che di bello c'è nelle leggende, non vale certo il riportare quanto c'è di sozzo e di feroce! Dopo la restaurazione del '99, si dice che Gaetano Mammone si ritirò a Sora, dove visse con la pensione di tremila ducati assegnatagli dal Re Ferdinando. L'anno ed il modo della sua morte non si conoscono, ma non vi è indizio che egli abbia espiato in questo mondo i delitti che aveva compiuti e che neanche l'animo, sottilmente perverso e feroce di de Sade, di Gille de Retz, aveva potuto mai immaginare come possibili! Facciamo un salto indietro, ed arriviamo alla seconda metà del 1500; se nel capitolo precedente abbiamo amato mettere a confronto briganti di varia epoca, narrandone la storia, è stato solamente per dare la visione di quelli che potevano essere i "metodi" ed i "moventi" briganteschi: seguirne l'ordine cronologico è una gran bella abitudine, ma non dà esatta la sensazione di quelli che possono essere i vari tipi ed i vari progressi e regressi, corsi e ricorsi del tempo e degli individui che nel tempo e nello spazio vivono. Narriamo, quindi, la storia di Marco Sciarra, brigante abruzzese, detto anche il "Re della Campagna", e che faceva valere le prerogative reali, alla testa e con la forza di seicento uomini che aveva ai suoi ordini. Favorito dalla posizione delle montagne degli Abruzzi, ai confini dello Stato Pontificio, che era sempre stato la Terra Promessa dei briganti, questo uomo straordinario giunse al più alto grado di perfezione nel suo mestiere, anche perché la sua banda, formidabile per se stessa, agiva di concerto con altre bande. Dopo la battaglia del 13 giugno che molto deluse le speranze dei patrioti, il Cardinale Ruffo, con De Cesare per aiutante di campo, e Mammone, Fra' Diavolo, Sciarra, Panedigrano e Pansanera per luogotenenti, si impadronì del Ponte della Maddalena, del forte del Carmine e di tutta la parte orientale di Napoli. Aveva ai suoi ordini, come milizia ausiliaria, Russi, Turchi, Inglesi e Greci. I suoi avamposti si estendevano fino alle estremità della strada di Toledo. I repubblicani, dal canto loro, erano padroni di piazza San Ferdinando, del Palazzo Nazionale, come si chiamava allora il Palazzo Reale, le cui finestre basse erano munite di cannoni, del Teatro San Carlo, e comunicavano con Castelnuovo a mezzo dell'Arsenale, con Castel dell'Ovo per Santa Lucia; poi come punti culminanti, avevano Pizzofalcone e il palazzo Roccaromana. Più di mezza città era, dunque, nelle mani delle milizie sanfediste. Abbiamo visto che fra i luogotenenti del Cardinale Ruffo – tutti a noi più o meno noti, c'è «Pansanera» che non conosciamo. Chi era costui?Ce lo dice lo storico stesso del Cardinale:   «Quel bandito aveva nome Pansanera, era famoso per dieci o dodici omicidi, dei quali il Cardinale, in vista dei servigi che poteva rendergli, gli aveva data l'assoluzione». Il servigio che Pansanera poteva rendere al Ruffo era, conoscendo egli le località, di aiutarlo a prendere Crotone e ciò era non solo desiderio ma anche bisogno del Cardinale, in quanto, giunto a Catanzaro, che aveva capitolato, non poteva andare ad Altamura e lasciarsi alle spalle una città ostinata nel liberalismo come Crotone. Così il Cardinale comandò a duemila uomini del suo esercito di partire e di bloccare la città, dove la guarnigione reale aveva preso servizio con i repubblicani, e dove erano approdati, sopra una nave venuta dall'Egitto, trentadue ufficiali francesi di artiglieria, un colonnello ed un chirurgo. Il Cardinale spiccò, quindi, come abbiamo detto, duemila uomini del suo esercito, scegliendo soprattutto per quella spedizione truppe irregolari; la colonna fu messa sotto gli ordini del tenente colonnello Perez de Vera, con ingiunzione non di obbedire a Pansanera, ma di consultarlo in tutto e di aver la maggiore deferenza per i suoi consigli: egli aveva il semplice titolo di guida dell'esercito.   L'ora, però, della fine della Repubblica Partenopea era giunta. Abbiamo visto nel capitolo precedente come mezza città di Napoli fosse nelle mani dei sanfedisti. Il Cardinale Ruffo stimando dover avvalersi della notte, non solo per disposizioni militari, ma per preparativi morali deliberò di avere un Santo tutto suo, giacché San Gennaro è di tutti. Nella sera del tredici e nella mattina del quattordici, fece correre la voce che Sant'Antonio di Padova, da non confondere con Sant'Antonio l'anacoreta, gli era apparso in sogno invece che San Gennaro, già da troppo tempo protettore di Napoli, e gli aveva rivelato che i patrioti avevano risoluto di impiccare tutti i lazzaroni della città, quando fosse suonata la ritirata. Dovevano lasciar vivi i soli fanciulli, per educarli all'ateismo, ed a questo fine era stata fatta una distribuzione di corde ai giacobini; ma Sant'Antonio, la cui festa si celebrava quel giorno, non avrebbe permesso che si perpetrasse tanto delitto nelle ventiquattro ore a lui dedicate. Per dare maggiore credito alla rivelazione, per colpire gli occhi nello stesso tempo che le orecchie, aveva fatto dipingere Sant'Antonio che gli appariva con le mani piene di corde, mentre il Cardinale in ginocchio lo supplicava di salvare i realisti dalla morte che li minacciava. I lazzaroni erano quelli che erano invitati a visitare le case ed a rendere responsabili i proprietari ed anche i pigionali delle corde che avrebbero trovate presso di loro. Ciò era un invito indiretto ad impiccare pigionali e proprietari con quelle stesse corde.


    Non occorre dire che dagli spiragli delle cantine erano state gettate molte corde nelle case dei repubblicani, destinati anticipatamente alla vendetta del popolo. La prima vittima di questa favola, tanto più terribile quanto più assurda, fu un povero macellaio a nome Cristofaro, che aveva con sè una certa quantità di cordami, per impastoiare i vitelli, le giovenche, i buoi ed i montoni: i lazzaroni, trovatele si misero a gridare: eccole... ecco quelle corde che dovevano strangolarci tutti! Il povero macellaio fu ucciso a colpi di spillo, e quando fu spirato, il cadavere fu fatto a pezzi, ed i brandelli di carne sospesi agli uncini di ferro della sua bottega, mentre il capo incoronato delle corde trovate in casa sua fu confitto sulla punta di una baionetta. Fu questo il segnale della strage; ed ecco quello che ne racconta l'autore delle Memorie da servire alla rivoluzione di Napoli. «Inoltre il Cardinale aveva fatto fabbricare una quantità di queste corde, che faceva spargere in certe case per dare a questa impostura l'apparenza della verità: i giovani della città, che erano stati forzati ad iscriversi nella Guardia Nazionale, fuggivano, alcuni travestiti da donne, altri da lazzaroni e si nascondevano nelle abitazioni le più miserabili ed in case non sospette. Ma quelli stessi che avevano avuta la fortuna di passare in mezzo al popolo senza essere riconosciuti non trovavano nessuno che volesse ricoverarli. Si sapeva purtroppo che le case ove essi fossero trovati, non sarebbero sfuggite ai saccheggi ed all'incendio. Questi infelici, non trovando alcuno che volesse dar loro asilo, furono costretti a nascondersi nelle fogne della città, dove incontravano spesso degli sfortunati come loro, e di dove erano obbligati ad uscire durante la notte, per andare in cerca di qualche nutrimento per non morire di fame e di infezione. I lazzaroni li scoprivano, trattenendosi verso sera all'apertura dei condotti sotterranei, e facendo spirare fra le torture quelli che uscivano; in seguito portavano le loro teste al Cardinale Ruffo, che le pagava dieci ducati l'una».   Ecco, poi, l'esempio di un grave magistrato che, proscritto come patriota, sfuggì al macello con grave rammarico di Ferdinando, che lo aveva indicato nominativamente al carnefice; rimase sei anni in esilio, tornò con il Re Giuseppe, fu ministro ai tempi di Murat, ed impazzì per il terrore quando nel 1815 tornarono Borboni. «Durante l'assedio dato ai Castelli, il popolo napoletano, insieme ai lazzaroni, commise barbarie che fanno fremere». Bartolomeo Nardini scrive: «L'otto ed il nove luglio furono celebri per gli orrori di ogni specie che furono commessi e di cui la mia penna rifiuta di stendere il resoconto. Avendo acceso un gran fuoco innanzi alla Reggia, consumarono nelle fiamme sette infelici arrestati poco tempo prima, e spinsero la barbarie fino a dilaniare le membra di quegli infelici. L'infame arciprete Rinaldi si vantava di aver preso parte a quel terribile scempio.
    Il lettore domanderà chi fosse l'arciprete Rinaldi e perché non è stato menzionato fra i briganti. Risponderemo che l'arciprete Rinaldi non poteva essere annoverato fra i briganti, perché era una di quelle belve che accorrono solamente dopo il macello.
    Chi fosse l'arciprete Rinaldi è detto dall'autore del libro «Miei pericoli durante la rivoluzione di Napoli».
    Questo Rinaldi era veramente il più tristo furfante che la Calabria avesse eruttato per disgrazia di Napoli. Ignorante e sanguinario, comandava la feccia dei Calabresi, e ne era degno. Sui suoi abiti che la religione faceva rispettabili, brillavano tutti gli strumenti della strage e della morte». Il che vuoi dire che portava una sciabola, al fianco, due pistole alla cintura e qualche pugnale, benché continuasse a vestire l'abito ecclesiastico. Domandiamo perdono per lo stile: nel 1802 gli scrittori erano imbarazzati a fare entrare in una frase di buon gusto, le parole sciabola, pistola, pugnale. Proseguiamo: «Quel pazzo si mise in testa di chiedere al Re il comando della città di Capua, e mi pregò di scrivergli una petizione, giacché se sapeva leggere il latino del suo breviario e mi sia permesso dubitarne, non sapeva peraltro scrivere due parole di seguito. Fra le altre gentilezze che voleva farmi inserire nella memoria, per ingraziarsi il monarca, insisteva molto sopra un braccio di Giacobino tolto al legittimo proprietario, su due altri giacobini da lui destramente sventrati, e su cinque o sei figli di patrioti che aveva squartati». Napoli restò quindici giorni in preda all'anarchia, poi finalmente giunse il Re. Riportiamo, a questo proposito, parola per parola una lettera del Re Ferdinando, nella quale si dà il fastidio di indicare egli stesso le persone alle quali desidera che si faccia il giudizio. La lettera è del primo maggio 1799, porta la indicazione di Palermo ed è diretta al Cardinale: «Eminentissimo mio, Dopo di aver letto e riletto, e con la massima attenzione considerato quella parte della vostra lettera del primo aprile, che riguarda il piano da formarsi sul destino dei molti rei, caduti e che possono cadere nelle nostre forze, sia nelle province, sia quando, col divino aiuto, ritornerà sotto il mio dominio la capitale debbo prima di tutto dirvi che ho trovato quanto mi scrivete sull'assunto, pieno di saviezza e di quei lumi d'intelligenza ed attaccamento, delle quali cose mi avete dato, e state dando indefessamente le più certe e non equivoche riprove. Vengo quindi a palesarvi quali siano le mie determinazioni sull'assunto. Convengo pienamente con voi che non bisogna inquirere molto, tanto più che, come molto bene Voi dite, si sono svelati a modo; cattivi soggetti, che è facile in breve tempo essere al giorno dei più perversi. La mia intenzione e volontà dunque si è che siano arrestati e cautamente custoditi le seguenti classi di principali rei, cioè: tutti quelli del Governo Provvisorio, e della commissione esecutiva e legislativa di Napoli; tutti i membri della Commissione Militare e di polizia formata dai repubblicani; quelli che sono delle diverse municipalità e che hanno ricevuta una commissione in generale dalla Repubblica o dai Francesi, e principalmente a quelli che hanno formato una Commissione per inquirere sulle pretese depredazioni da me e dal mio governo fatte; tutti gli ufficiali, che erano al mio servizio, e che sono passati a quello della sedicente repubblica o dei Francesi; bene inteso, però, che è mia volontà, che quando i detti ufficiali venissero presi con le armi alla mano, contro le mie forze o quelle dei miei alleati, siano dentro il termine di ventiquattro ore fucilati, senza formalità di processo, e militarmente. Come egualmente quei baroni che con le armi alla mano s'opponessero alle mie forze ed a quelle dei miei alleati.    Tutti coloro, che hanno formato e stampato gazzette repubblicane, proclami ed altre scritture, come opere per eccitare i miei popoli alla rivolta e disseminare le massime del nuovo governo. Arrestati egualmente debbono essere gli eletti della città ed i deputati della piazza che tolsero il governo al passato mio vicario, generale Pignatelli, e lo traversarono in tutte le operazioni con rappresentanze e misure contrarie alla fedeltà che mi dovevano.  Voglio che sia egualmente arrestata una certa Luigia Molina Sanfelice, ed un tal Vincenzo Cuoco, che coprirono la controrivoluzione dei realisti, alla testa della quale erano i Backer padre e figli. Fatto questo, è mia intenzione di nominare una Commissione straordinaria di pochi ma scelti ministri sicuri, i quali giudicheranno militarmente i principali rei fra gli arrestati, con tutto il rigore della legge. Quelli che verranno creduti meno rei saranno economicamente deportati fuori dei miei confini, loro vita durante, e gli verranno confiscati i beni! E su questo proposito, debbo dirvi, che ho trovato molto sensato, quanto mi avete rappresentato circa la deportazione; ma bilanciati tutti gli inconvenienti, trovo che val meglio di disfarsi di quelle vipere che di guardarle in casa propria, giacché se io, avessi un'isola di mia pertinenza, molto lontana dai miei domini del continente, adotterei volentieri, il sistema di relegarveli, ma la somma vicinanza delle mie isole ai due regni renderebbe possibile qualunque trama che costoro potessero ordire con gli scellerati e malcontenti, che non si sarà riuscito a estirpare dai miei stati. D'altronde i rovesci considerevoli che i Francesi grazie a Dio hanno sofferti, e che speriamo abbiano maggiormente a soffrire, metteranno i deportati nella impossibilità di nuocerci: converrà però ben pensare al luogo della deportazione ed al modo con il quale effettuarla con accortezza, e di questo mi sto ora occupando. Riguardo alla commissione che dovrà giudicare quelli che sono maggiormente rei, subito che avremo in mano Napoli non mancherò di pensarvi, contando quella Capitale farli andare da qui. Rispetto poi alle Province per i luoghi dove voi state, può continuare Di Fiore, quando Voi ne siate contento, e così crediate. Inoltre quelli tra gli avvocati provinciali e regi governatori, che non han preso partito con i repubblicani, che sono attaccati alla corona, e che siano persone di intelligenza possono venir destinati con tutte le facoltà straordinarie inappellabili e delegate, non volendo che ministri tanto provinciali che della capitale, quali hanno servito la repubblica (anche come voglio sperare spinti da una irresistibile necessità) giudichino i felloni, con i quali soltanto la mia clemenza non li situa. Anche per quelli che non sono compresi nelle classi che in questa vi ho specificate, vi lascio la libertà di far procedere con tutto il rigore delle leggi, quando li giudicherete veri e principali rei e che crederete necessario il loro pronto ed esemplare castigo. I ministri togati dei tribunali della capitale, quando non abbiano accettato commissioni particolari dai Francesi e dalla ribelle repubblica, e non hanno fatto che continuare le loro funzioni, di rendere la giustizia nei tribunali nei quali sedevano, non verranno molestati. Queste sono per ora le mie determinazioni, che vi incarico di fare eseguire nel modo che crederete possibile, e nei luoghi nei quali ne avrete la possibilità. Mi riserbo, subito che riacquisterò Napoli, di fare qualche altra aggiunzione, che gli avvenimenti e le cognizioni che si acquisteranno potranno determinare. Dopo di che è mia intenzione, seguendo i doveri di buon cristiano, e di padre amoroso dei miei popoli, di dimenticare intieramente il passato, ed accordare a tutti un intero e generale perdono, che possa rassicurare tutti da ogni traviamento passato, che proibirò ben anche di indagarsi, lusingandomi che quanto hanno fatto sia pervenuto non da perversità di animo, ma da timore e pusillanimità. Bisogna però, che le cariche pubbliche delle province siano soltanto affidate a persone che si siano sempre ben condotte con la corona, e che in conseguenza non abbiano mai vacillato, perché così solo potremo essere sicuri di conservare quello che si è riacquistato. Prego il Signore che vi conservi per il bene del mio servizio, e per potervi dimostrare in tutti i tempi la mia vera e sincera gratitudine. Credetemi intanto sempre lo stesso vostro affezionato Ferdinando B. Dalle categorie indicate da Ferdinando circa quarantamila cittadini erano minacciati di morte e sessantamila in esilio. Ferdinando mantenne la parola: riconquistata Napoli, prima di farvi ritorno a bordo del Foudrayant, sotto la protezione della bandiera inglese, che aveva tenuto mano alla uccisione dell'ammiraglio Caracciolo, fu nominata una giunta di Stato, per giudicare secondo le disposizioni date dal Re. Le sue sentenze erano inappellabili. Un solo uomo si rallegrava in mezzo a tanto lutto, e credendo che veramente quarantamila persone sarebbero passate per la forca o per la ghigliottina, sperava di arricchirsi. Era Matteo Donato, boia di Napoli, al quale erano assegnati sei ducati per ogni esecuzione.Chi però può prevedere l'avvenire? Il procuratore fiscale, barone don Giuseppe Guidobaldi, pensò che il carnefice sarebbe in tal modo stato pagato meglio dei giudici, il che non era giusto. Fu così che mastro Donato cessò di essere pagato per ogni esecuzione e fu compensato con un non lauto stipendio mensile. Quel  violento fenomeno reazionario e rivoluzionario che prese il nome di Brigantaggio, ebbe luogo nelle province napoletane dopo la leggendaria spedizione Garibaldina dei Mille  e dilagò in tutto il meridione per almeno una decina d' anni prima di essere debellato del tutto. Gran parte della popolazione meridionale, per un certo periodo, appoggiò l'azione dei Briganti, vedendo nei personaggi più conosciuti, coloro che si adoperavano per liberare il territorio dai pesanti disagi economici e sociali.Molti ufficiali dell'esercito borbonico, ormai allo sbando, videro  nel brigantaggio una possibilità di rivalsa nei confronti dell'ormai vincente esercito Piemontese e, a tal fine, collaborarono  con le bande in rivolta favorendo e organizzando le azioni di guerriglia ed i saccheggi. Lo stesso sovrano borbonico,  Francesco II,  inviò nell'ottobre del 1861 il Generale spagnolo Borjès (il "cabecilla") a capeggiare la rivolta delle province napoletane. Dopo l'unificazione dell'Italia, infatti, la situazione di profonda miseria presente in  questa parte oscura e dolente della penisola,  non era affatto cambiata, anzi, per certi versi era peggiorata.La gente, già imbarbarita da tanti anni di  indigenza e di schiavitù,  si ritrovò sotto un  Governo che, almeno agli inizi,   esercitò il suo potere con  crudele indifferenza. Il deputato Massari, autore di un'inchiesta sul brigantaggio nel 1865, individuò sostanzialmente due motivi che stavano all'origine di quel tragico fenomeno: <<1) La protesta selvaggia e brutale della miseria contro le antiche secolari ingiustizie; 2) La mancanza assoluta di fede nelle leggi e nella giustizia.>> Scrisse lo Sterpa: << Non solo l'annessione del Regno di Napoli alla monarchia sabauda non risolse nessuno dei problemi meridionali, ma alle sventure particolari del sud si aggiunsero i malintesi e gli attriti con i funzionari del Nord, e la sensazione di non essere né amati, né capiti. I piemontesi, che avrebbero potuto essere accolti come liberatori, seppero assumere soltanto la parte di occupanti. Cavour e i successivi presidenti del consiglio ritennero inutile recarsi di persona nelle province meridionali. Ingannati dagli antichi ricordi, che ci hanno offerto l'immagine di una Magna Grecia fertile e prosperosa, erano persuasi che non esistesse regione in cui la natura fosse più ricca. Se infieriva la miseria, la colpa ricadeva dunque sulla poltroneria e sull'imperizia degli indigeni. La malaria! Un' invenzione polemica: Pochi lustri di buon governo parlamentare sarebbero bastati a rimettere ordine, senza bisogno di promuovere un'inchiesta scientifica sulle condizioni del Mezzogiorno e di elaborare una speciale legislazione.>> (Sterpa, pag.650).   Per  Gaetano Salvemini: << L' unità d'Italia è stata per il mezzogiorno un vero disastro e aveva ragione l'ultimo dei borboni quando fuggendo da Napoli a Gaeta diceva ai suoi antichi sudditi: " Io perdo il regno, ma a voi i Piemontesi lasceranno solo gli occhi per piangere". Se dall'unità il mezzogiorno è stato rovinato, Napoli è stata addirittura assassinata: ha perduto la capitale, ha finito di essere il mercato del Mezzogiorno, è caduta in una crisi che ha tolto il pane a migliaia e migliaia di persone>>.Tommaso Fiore: << Bisogna dire con franchezza che l'oppressione borbonica fu, per ragioni di impotenza, meno esiziale di quella unitaria>>. Guido Dorso, il più categorico, soprannominato il Macchiavelli di Avellino: << La nostra terra divenne, dopo la conquista piemontese, colonia di sfruttamento del capitale settentrionale in formazione che non soltanto niente fece per aiutare il mezzogiorno a risolvere la sua crisi secolare, ma fu invece interessato a impedire ogni suo progresso economico  sociale dal bisogno imperioso di tenerlo sempre nella fase di mercato di consumo.>>Dopo la proclamazione del Regno d' Italia, quindi,  (Marzo 1861), il nuovo Stato unitario, nella maggior parte poteva dirsi << fatto>>. Almeno come organismo politico, perché dal punto di vista interno i problemi da affrontare erano molti e gravi e, in primis, la questione delle rivolte meridionali.La sanguinosa repressione del brigantaggio  ebbe termine ufficialmente nel 1865, ma le scorribande dei superstiti "fuorilegge" continuarono ancora per diversi  anni. Del tragico bilancio finale della guerriglia, fece una sintesi molto espressiva lo scrittore politico Giustino Fortunato, quando affermò che la battaglia contro i briganti aveva provocato un numero di vittime superiore a quello delle rivoluzioni e delle guerre del Risorgimento sommate insieme. Per l'annessione di Roma al Regno d'Italia  si dovette attendere la caduta di Napoleone III (imperatore di Francia) che, schieratosi in difesa del Papa, in precedenza aveva impedito a Garibaldi, nel famoso combattimento di Mentana, la conquista della città. L'11 settembre del 1870 il IV corpo d'armata italiano, al comando del generale Cadorna, varcò il confine dello Stato Pontificio. Papa Pio IX non oppose resistenza per cui Cadorna e i suoi poterono arrivare tranquillamente a Roma, aprire a cannonate una breccia nelle mura che circondavano la cittadella pontificia presso Porta Pia, ed entrarono, senza incontrare resistenza, nell'Urbe. Era il 20 settembre 1870. L'unità era compiuta: la nuova Italia riceveva la sua antica capitale. Ora, come affermò il D'Azeglio, " bisognava fare gli italiani ".(da Sui Sentieri dei Briganti a cura di Alberto Figliuzzi)