May 21, 01:11 AM pubblicato in Antologia del brigantaggio da webmaster

Brigantaggio Post-Unitario, "Briganti o Emigranti...."

“la civiltà contadina difendeva la propria natura, contro quell’altra civiltà che le sta contro e che, senza comprenderla, eternamente l’assoggetta”

...Il brigantaggio post-unitario, fomentato dai comitati borbonici sorti ovunque, divampò dal 1860 al 1870, incendiando animi e borghi, reclutò i suoi uomini, combatté le sue battaglie, colse i suoi più strepitosi successi. Nell’aprile del 1861, venivano conquistati Ripacandida, Ginestra, Venosa, Lavello, Melfi, Barile. gli uomini delle bande agivano agli ordini degli uomini dei comitati, erano da questi reclutati, sovvenzionati, protetti.Si manifestava,poi, sempre più apertamente nei briganti, e soprattutto nel loro capo Crocco, la tendenza a porre fine alla rivoluzione dei galantuomini, a dare inizio a quella della povera gente, a quella delle “pezze al culo”. Nel 1860, all’indomani dell’insurrezione lucana e delle vittorie garibaldine conseguite dal generale nella corsa dalla Sicilia a Napoli, quando la festa passò e furono spente le luminarie accese nei vari paesi, apparve in tutta la sua realtà l’equivoco nel quale si era compiuta l’Unità. Il pesante debito pubblico piemontese fu accollato allo Stato unitario e perciò anche al Regno di Napoli il quale aveva un debito pubblico limitatissimo. Il grandissimo patrimonio terriero dell’Italia meridionale, avocato allo Stato in seguito all’incameramento dei beni ecclesiastici, fu affrettatamente e malamente venduto per esigenze di bilancio; il patrimonio terriero andò a formare o ad impinguare grosse proprietà borghesi, frustrando l’esasperata attesa dei ceti contadini. E vi furono poi, ad esasperare gli uomini, le mancate promesse e le fallite speranze; gli errori non lievi dei nuovi dirigenti, e lo spettacolo dei convertiti dell’ultima ora, anelanti a primeggiare ed assumere tutti gli impieghi e il pubblico potere. Vi fu la delusione amara della gente dei campi che formava la maggioranza della popolazione. Questa era sempre stata in gran parte contraria a qualunque novità che non importasse miglioramento alla sua tristissima condizione, sia in Basilicata, sia nelle altre regioni del Mezzogiorno d’Italia. Come potevano i poveri cafoni concepire una patria più vasta e più grande, essi che erano vissuti sempre all’ombra del proprio campanile? Che valore avevano le parole di libertà e di uguaglianza, se non erano accompagnate dalla libertà dal bisogno? Se la libertà non reca benessere economico, “cauci ‘n fac-cia a la libertà”, avevano cantato i popolani nel 1799. E da allora, pensieri ed aspirazioni non erano affatto mutati. Il contadino di Basilicata del 1860 non era mutato rispetto a quello del 1799. Per i cafoni di Basilicata, come delle Puglie e di altre regioni del Mezzogiorno, il principale nemico non era il Borbone liberticida o l’austriaco che non conosceva, ma il “galantuomo” che lo affamava, che gli contendeva la proprietà della terra, che gli toglieva la possibilità di partecipare alla vita del comune. In questa situazione grave, fra luglio e agosto 1860, si iniziava la “guerra del proletariato contro il galantuomo creduto oppressore”; si riprendeva l’occupazione delle terre demaniali e feudali, terre che la pubblica opinione dava come usurpate in pregiudizio dei cittadini, contadini la maggior parte. L’insurrezione plebea, istigata e sorretta dalla soccombente fazione borbonica, che sperava ancora nell’aiuto dell’Austria e nel legittimismo europeo, si propagò ancor più verso la fine del 1860 e nella seguente primavera. La reazione, dapprima dispersa e non coordinata, si organizzò, degenerò in aperta guerra civile, a mano a mano che il nuovo ordine di cose accennava a consolidarsi. Guerra che da civile si trasformò in sociale. È il periodo in cui venne scritta col sangue una delle pagine di storia più sofferta dai contadini di questi nostri paesi. La guerra sociale venne conosciuta superficialmente e genericamente come “brigantaggio”. Vi emersero per non poche figure di capi partigiani, spesso analfabeti, ma risoluti e inesorabili, guerriglieri nati quali Crocco, Ninco Nanco, Caruso, Caporal Teodoro, Di Gianni, per citarne solo alcuni. Vivissimo è sempre stato nella coscienza contadina il ricordo di quella guerra – a dire di Levi – “disumana, che parte dalla morte e non conosce che la morte, dove la ferocia nasce dalla disperazione”, ma nella quale, senza illusioni, “la civiltà contadina difendeva la propria natura, contro quell’altra civiltà che le sta contro e che, senza comprenderla, eternamente l’assoggetta”. Tutta la storia della civiltà contadina è un susseguirsi d’improvvisazioni, di contraddizioni, d’insuccessi legati insieme dal filo rosso di una sete di giustizia rimasta sempre inappagata. E’ questa sete di giustizia la ragione determinante e insieme la giustificazione del brigantaggio post-unitario. Non importa se alla fine, anche questa volta, nulla cambiò. “Quello che voglio che si sappia è che io mi feci brigante sotto l’impulso di una forza maggiore, se il destino e gli uomini non mi avessero bersagliato, sarei certamente stato non dico un personaggio, ma un onesto pastore o contadino” dirà Crocco; arrendendosi a Pallavicini, Vito Vincenzo Di Gianni, alias Totaro, di San Fele, dirà: “Fummo calpestati, noi ci vendicammo, ecco tutto”. Nella relazione Massari, che riassunse le opinioni della Commissione d’Inchiesta sul brigantaggio, questo veniva definito “la protesta selvaggia e brutale della miseria contro le antiche e secolari ingiustizie”. Conseguentemente si attendevano provvedimenti capaci di eliminare queste ingiustizie; seguì, invece, una politica ottusa e costrittiva che raggiunse il suo apice con l’emanazione e l’applicazione della legge Pica. Dopo la reazione politica e la rivolta sociale, si ebbe, infine, la delinquenza comune che disperatamente resistette fino a tutto il 1870. Le cause del brigantaggio non erano state però rimosse e una recrudescenza del male era sempre possibile. Ma anche se le cause continuarono a persistere, il brigantaggio non riprese più perché non volendo affrontare i problemi sociali che lo avevano determinato, la classe dirigente mandò centinaia di migliaia di contadini della Basilicata, delle Puglie, della Calabria, della Sicilia a cercare lavoro oltre oceano, a conferma della validità dell’antico detto: “briganti o emigranti….(tratto da M.Saraceno)