Oct 21, 07:46 PM pubblicato in Finestra con vista da webmaster

La strage del 21 ottobre 1860

I cadaveri furono sepolti nella tomba della seconda navata dell’attuale Chiesa Madre di Carbonara, a sinistra di chi entra. Nella foto una panoramica delle Ripe.


Ad una voce che disse:”ancora costui porta il cappello in testa!” si vide Antonio Maria Calabrese vibrare al cancelliere Comunale Araneo Rossi un colpo di ronga, e mentre il misero grondante sangue, voleva salvarsi con la fuga, altri rivoltosi con scuri e mazze, aizzati da Filippina Annunziata, che gridava di doversi estirpare il mal seme, lo finirono.
E già tal Giambattista Coscia era prossimo alle Ripe, quando lo stesso Calabrese, fendendo l’onda popolare, ed urtandola, si fé a dargli sul capo un colpo di ronga, ed altri, seguendone l’esempio, fecero si che, girando su se stesso, cadesse, e ritenuto morto, fu lasciato a terra, finché alcuni pietosi lo portarono in casa, sopravvivendo per miracolo alle ferite innumerevoli riportate.
Mentre ciò avveniva, un altra voce più in là gridò: “Siamo alle ripe! ” e subito Vincenzo Ramundo Carletta ecco scagliarsi a colpi di scure su Gabriele Stentalis, e il suo esempio essere seguito da altri, e anche da una donna, che già esanime lo Stentalis, ne volle oltraggiare con colpi e con parole il cadavere.
“Quasi nel medesimo tempo – narrava il teste Giuseppe Cerulli – udii un forte rumore come di colpo di mazza inferto a qualcuno a me vicino ed udii la voce di mio zio Don Nicola Tartaglia che diceva: Io non vi ho fatto male! Mi volsi e vidi che mentre Pietro de Martino fu Innocenzo, il quale era alle spalle del Tartaglia, gli vibrò un colpo di mazza nel capo, Mastro Michele di Lorenzo gli assestò anche un colpo di accetta alla parte diritta del collo, per effetto dei quali colpi esso mio zio Don Nicola cadde a terra. Ed allora lanciatosi Mastro Gaetano di Lorenzo, con un lungo coltello si diè a ferirlo in testa, e quindi molti altri, che non distinsi, se gli fecero pur sopra a dargli con scuri e mazze.”
E fra la cantina di Rocco Tartaglia ed il principio de l’altra di Raffaela De Feo cessò di vivere. Il rivoltoso Romualdo Carletta, spacciatosi di questi due, corse ad inseguire Donato Tartaglia Quattropettole, e raggiuntolo a colpi di scure, con altri lo spense, mentre Serafina Panno a colpi di zappello ne seviziava il cadavere.
Si agitava intanto la folla come un mare in tempesta, quando il capitano Maglione si diè a precipitosa fuga per raggiungere la parte inferiore della Ripe, ma venne raggiunto e circondato da alcuni rivoltosi e sbandati, e colpito. Il Maglione pur intriso di sangue, si spinse a corsa più precipitosa, non ostante un’archibugiata di un Pasquale Marenga lo avesse colpito alla spalla destra.
Soffermatosi un momento, come se sfinito di forze, un’altra fucilata di Vincenzo Maglione Testone lo fé cadere e mentre altri con colpi di scure lo finivano, una Rosa Scellarotta fu Domenico volle dargli il colpo di grazia. E pulita la scure intrisa di sangue negli abiti dell’infelice, si diè ad eccitare i rivoltosi a più efferati atti di sterminio.
Il Michele Cappa, che intorno a se vedeva tanta strage, e gente che nel sangue si abbeverava e gavazzava, al cantore Bruno Cerulli, che gli era accanto, gridò: “Fuggiamo!” . e si avviò per una delle vie, che gira a piè della casa Tartaglia, ora adibita a Caserma dei Reali Carabinieri; e a tal Michelangelo d’Andrea Porcaro, fattogli innanzi, chiese pietà della vita, ma si ebbe in risposta un colpo di mazza sul capo. Sanguinante il Cappa, si avviò per un viottolo, che immette in alcuni orti, ma lo sbandato Lombardi Michele con un colpo di fucile lo distese a terra, mentre una jena, una Serafina Panno, con un colpo di scure ne affrettò gli ultimi aneliti. Non sazio il Lombardi ancora, ne trascinò per i piedi il cadavere sin nelle attigue Ripe, precipitandolo nei sottostanti burroni.
Ai primi atti di ferocia Angelo D’Annunzio comprese il pericolo, e si diè a fuggire per riparare nel borgo S.Pietro. Inseguito riparò in casa di Angela De Vito; ma i rivoltosi, innanzi la porta, imposero di aprirla, né il D’Annunzio poté precipitarsi dalla finestra sporgente su di un burrone. Chiese mercé della vita ad un tal Castuccio Galeota per avergli tenuto un figlio al fonte battesimale; ma alla risposta: “oggi non ci sono San Giovanni! Dategli!” tutti gli furono addosso a colpi di mazza e di baionetta. Cercò di fuggire ma sotto la grandine dei colpi, il D’Annunzio cadde, e un Pietro Di Prenda gli conficcò una baionetta nell’ano. Lo Stentalis Isidoro, vista la ferocia dei rivoltosi contro lo zio Gabriele, e la impossibilità a soccorrerlo, tolto sul braccio il figliuolo Michelino, si diè a fuggire in giù per la via delle Ripe. La folla intanto tumultuava , e ne partivano fremiti d’ira, e orribili voci di vendetta: “quattro dobbiamo farne! Correte in giù! Più sotto a voi! Salvate il sacro! Salvate l’Arciprete”.
Era la caccia ai galantuomini del paese, impresa che doveva rapidamente finirsi. Lo Stentalis era giunto alla casa isolata di Daniele di Benedetto, quando gli fu esploso dietro un colpo di fucile, che nol raggiunse. Cercò di proseguire per riparare alle spalle di questa casa per un viottolo, soprastante al burrone; e s’incontrò ivi con l’accolito Francesco Maria Ruccia e il sacerdote D’Errico, che pur fuggivano l’ira dei popolani. Ma mentre stavano allineati e quasi ascosi dietro al muro, delle voci a gridare: “Eccoli qua! ”, e da un vicino mondezzaio sentirsi contemporaneamente esplodere un colpo d’ archibugio, al loro indirizzo, i cui proiettili sfiorarono appena la cute del Roccia.
Il D’Errico, saltando siepi e dirupi si salvò, il Roccia cercò di seguire lo esempio, scendendo nel burrone, ma dopo inutili sforzi dovè tornare, e vide lo Stentalis implorare pietà da alcuni, che contro gli scagliavan sassi con violenza. Lo Stentalis vistosi a mal partito, ad un tratto, volte le spalle, cercò per la china opposta raggiungere un vicino larghetto, ov’era più facile salvarsi, ma i rivoltosi lo prevennero perché all’angolo della casa fu preso di mira da altra a archibugiata, ma da cui però non fu colto, perché fu visto ancora in piedi chiedere grazia e pietà. Il Roccia intanto, seguendo la via opposta, percorsa prima dallo Stentalis, aveva trovato scampo.
Ma non un sentimento gentile albergava in quegl’inumani; che un Giuseppe Tartaglia prima con un sasso colpì lo Stentalis al capo, poscia avventatosigli addosso, con un colpo di scure al collo, lo fé stramazzare al suolo, e sopraggiungendo Luigi Capraro Panorra, volle conficcagli un coltello nel fianco, mentre un Nicola Iavarone a colpi di scure si diè a sfogare sul cadavere la sua ferocia.
Intanto il figlioletto Michelino, sia che nella fuga fosse caduto, sia che sul lembo della rupe dalla folla fosse stato spinto, col sangue in fronte, cercava di arrampicarsi alla siepe di un orto per guadagnar la via Ripa, in ciò coadiuvato dallo sbandato Donatantonio Mesce, che per non essere visto dagli altri rivoltosi, lo affidò ad Amato Famiglietti, per nasconderlo e sottrarlo all’ira popolare. Questi pensò meglio di farlo appiattare in un fabbricato diruto, e, covertolo di foglie e di un pastrano, gli raccomandò di tacere fino a che a tarda sera sarebbe andato a rilevarlo; ma dovendo recarsi in campagna, confidava a Teresa Germano l’occorso, sperando al ritorno trovarlo vivo e farne avviso alla famiglia per mandarlo e rilevare. Ma una scena selvaggia offrivasi pochi istanti dopo agli occhi della Germano. Si avvicinava a quei ruderi, ove si nascondeva il fanciullo, Nicola di Napoli il Calitranello; e ivi fermatosi, dava tre colpi di scure, e preso pel piede il fanciullo lo precipitò nel burrone, proseguendo indifferente per la sottostante via.
Tenue fiorellino di campo abbattuto dal turbine distruttore, angioletto intelligente, candido e vispo, avvinto di tenero affetto al padre, perché orbo di madre da pochi anni innanzi, il Michelino, travolto da quell’orda briaca nella fiumana di sangue, resta pel caso pietoso, nella memoria dei superstiti!
E sopravvisse invece il fratello Francescantonio, che allora quindicenne fu nascosto dal prete Giuseppe Di Benedetto in una sua vigna, e quindi fatto riparare a Melfi. E tutti coloro che nella fuga non ebbero ad incontrare rivoltosi, si salvarono; chi in un vigneto, chi in casa di parenti o di amici, che, senza posa e tregua riparando in paesi contigui.
Il giudice Paradisi°, pallido, implorante la vita, semivivo pel terrore, fu condotto a casa De Feo, ed ivi sottoposto a salasso, egli, che per indolenza e debolezza ed anche per colpevole imprevidenza, era stato causa incosciente di quel triste avvenimento.
La suggestione reciproca, il contagio per un’idea malefica, nata in un ambiente inquinato, esagerata dalle condizioni sociali, politiche e morali del momento, insinuata da pochi a soddisfazione del proprio egoismo e dei personali interessi, diffusa, rinvigorita, aveva messo a galla gl’istinti più pravi, e, fra una folla in tumulto, generato conseguenze gravissime.Tratto da Campolongo