Oct 27, 06:12 PM pubblicato in Antologia del brigantaggio da webmaster

Brigantesse le foto

... spararono col fucile, furono leste di coltello e abili nell’affibbiare la cartucciera sui pantaloni….

C’è qualche cosa, nella storia del brigantaggio meridionale dell’Ottocento, che non va trascurata. Si tratta della presenza di un certo numero di donne che fu al centro della organizzazione brigantesca. Non donne di briganti, perciò, ma brigantesse vere. Che spararono col fucile, furono leste di coltello e abili nell’affibbiare la cartucciera sui pantaloni. Quando una banda era veramente organizzata, allora si poteva essere certi che le donne c’entravano in qualche modo. Erano le confidenti più sicure, le messaggere meglio mimetizzate, le più fedeli custodi dei segreti. In quanto a coraggio, ne avevano da vendere. La ferocia fu quasi sempre l’autentica mira nelle ambizioni di una perfetta educazione brigantesca femminile. Anzi, dalle storie si ricava che nel brigantaggio le donne riuscivano ad essere più feroci degli uomini. Non sappiamo fino a che punto il loro fosse un atteggiamento: se stiamo alle testimonianze fotografiche, alle brigantesse piacque posare con volti truci o spavaldi, gesti spregiudicati come quello di imbracciare un fucile o divaricare le gambe infilando le mani nelle tasche dei pantaloni. A scorrere i processi di difesa naturalmente le cose cambiano: tutte brave figliuole, vittime dei briganti uomini, involontarie conniventi di una malavita che le soggiogò e le sottrasse alla loro naturale condizione di donne normali. E invece il brigantaggio femminile fu un fenomeno psicologicamente autonomo collaterale e distinto rispetto al brigantaggio maschile, anche se per ovvi motivi incorporato in esso. Fu una prima ribellione femminista allo stato di soggezione atavico e tradizionale della donna delle province meridionali d’Italia, una sorta di suffragismo del subconscio, addirittura un fenomeno di parossismo asociale e antilegalitario che si manifestò anche sotto forma di protezione e di appoggio agli uomini che si erano messi al di fuori della società. Con una aperta sfida alla morale comune e alla civiltà queste donne, insofferenti alla soggezione imposta loro oltre che dalla natura, dalle ferree consuetudini regionali, diventando brigantesse si posero consapevolmente allo sbaraglio. Non furono poche, come si crede, e non furono soltanto ” concubine, drude e manutengole ”, come si usò chiamarle a quei tempi, dei briganti uomini. Nomi su nomi stanno a dimostrare che il fenomeno era vasto e aveva la sua importanza. Negli incartamenti dei tribunali e nelle pratiche agli atti negli archivi dei carabinieri reali e delle prefetture, accanto ai nomi di queste donne era segnata l’appartenenza a questa o a quella banda, poiché le brigantesse facevano effettivamente parte dei quadri organizzativi del banditismo. Chiara Nardi della banda di Scarapecchio , Serafina Ciminelli della banda di Antonio Franco.. Gioconda Marini da Cervinara, amante di Alessandro Pace, Filomena Cianciarullo in procinto di maternità... Per molte di loro la maternità fu spesso la condizione naturale e ideale, attraverso cui, al momento della cattura e poi del processo, riusciva più facile impietosire i giudici e beneficiare di più clementi condanne. Comunque il solo fatto di essere donne fu di vantaggio a tutte, e tutte, tranne qualche raro caso vennero fuori dai processi con condanne assai più lievi di quelle inflitte ai loro compagni di ribalderie. Come è noto, i briganti dell’Ottocento non furono sempre ladroni o assassini; spesso alcuni di loro raggiunsero una certa fama nel brigantaggio politico, organizzato per propugnare gli interessi sociali delle popolazioni più povere, soprattutto come estremo rifugio della reazione borbonica contro l’invasore piemontese: al contrario, rarissime volte le brigantesse assunsero il ruolo di vendicatrici di diritti offesi ed umiliati delle proprie famiglie e degli ideali politici dei padri o dei fratelli. Quando si avvicinarono ai banditi furono alla pari del loro coraggio, con una spavalderia e uno spirito di crudeltà che le tradizioni popolari e le leggende avrebbero fatto passare per eroismo. Ma questa è una parola che non sta bene vicino ai briganti. E tanto meno vicino alle brigantesse. È con questa anticipata precisazione che si leva qui il primo velo di una inchiesta retrospettiva, a ridimensionare se non addirittura a sfatare tutta una leggenda creata dalla letteratura popolare e anche da alcune più recenti per quanto dichiaratamente inesatte storiografie; a intessere un primo cannovaccio utile alla curiosità e allo studio della storia del brigantaggio femminile dell’Ottocento.
(tratto da FM. Trapani)