Mar 29, 08:37 AM pubblicato in Antologia del brigantaggio da webmaster

viva Fracesco II!...anzi, Vittorio Emanuele!

Spunti e riflessioni da un fatto di cronaca del 1861

  Il 15 aprile1861. Ero alla grotta dove mio padre esigeva il dazio sullo sfarinato, quando cominciarono a sfilare dei giovanotti euforici, a cavallo. Incuriosito, uscii in strada a braccia aperte e li implorai di portarmi seco. Lopinto, Ciliento, Locuratolo e Franciosa si rifiutarono. Solo Del Giudice, l’ultimo della fila, mi fece montare in groppa. Percorremmo così la salita delle Serre e scendemmo al galoppo alla masseria di Parasacco, dove una fila zeppa di uomini si appressava alla nostra volta: a guisa che si  riavvicinavano, mi rendei conto che…non erano soldati. In mezzo a noi si levò d’improvviso una voce: «Viva il Generale Crocco! Evviva! Evviva!». Cominciò subito una serrata disputa: «Signor Generale! Io sono stato il primo di Melfi a gridare: Viva Francesco II!». «Bravo! – rispose il generale -da questo momento sei capitano del mio esercito!». Un altro: «Io ordinai lo scassamento della casa comunale!». «Bravo! Da oggi sarai tenente!». Io ero così dispiaciuto, per non aver avuto l’onore di essere insignito, che quasi mi veniva da piangere. Così dissi al mio amico Del Giudice: «Pregate il generale di nominarmi un qualche cosa! Ho anche una certa istruzione!». Allora il generale si compiacque a dirmi: «Da oggi tu sei Segretario del mio Stato Maggiore!». Felici e appagati, ci incamminammo verso Melfi. Verso sera, lungo la via di Madama Laura, diversi contadini vennero in massa incontro alla nostra truppa. Più avanti, alla cappella di Macéra incontrammo perfino diverse carrozze di lusso: in esse riconobbi il teologo Araneo e i signori Parrini e Aquilecchia, sulla cui carrozza montò il generale. La costa del castello era tutta illuminata di fiaccole. Al ponte Gaetaniello, si unì a noi un’altra fitta schiera di popolazione festante. Il 19 aprile 1861 le campane suonavano a distesa e non c’era casa dove non sventolasse il tricolore o l’immagine di Vittorio Emanuele. La gente correva incontro ai Piemontesi che venivano da Rionero, ove si erano annidati per ubriacarsi di quel poderoso vino. Vestito d’abito nuovo, corsi anch’io in piazza, per vedere il defilare. All’imbocco della Rua grande venni però afferrato da più uomini, preso a pugni e calci senza risparmio e spinto per la scesa del Carmine, verso la Selice, dove sentii alcune donne che piangevano: «Madonna, ora lo vanno a fucilare!». Mi cadde allora sugli occhi un nero e fitto velo. Più giù incontrai quel Lopinto di quattro giorni prima, con al collo un fazzoletto tricolore:«Hai finito di essere Segretario di Stato Maggiore! Fate bene, fucilatelo!» disse gridando. «Bravo! -risposi – E tu!, non fosti fatto tenente dal Generale Crocco?». Sentendo questo, i soldati lo afferrarono, lo disarmarono e lo arrestarono, non senza qualche pugno sui denti, perché così era la moda. Era tanta la folla che mi seguiva, che a stento giungemmo al Largo Mercato. Le mura, i giardini e il selciato che porta ai Cappuccini erano gremiti. Ecco: il giovane tenente piemontese ordinò di legarmi, distese il braccio e, indicando un punto, disse: «Là! Fucilatelo!» In quel cupo silenzio, sotto quella triste sentenza, me ne stavo immobile, senza pensare a nulla. Mi misero un fazzoletto sugli occhi e mi fecero allontanare di alcuni passi. D’un tratto, un suono di tamburi e un trottare di cavalli proveniente dalla cupa di Santa Sofia. Poi un ordine: «Passo di corsa!». Sentii un cavaliere staccarsi dal gruppo, avvicinarsi a me e, con una mano che era forse quella di Dio, togliermi il fazzoletto dagli occhi. Disse poi al tenente: «Cosa state facendo?». Rispose: «Costui è un reazionario borbonico! Tutto il paese ne ha chiesto la fucilazione!». Replicò il cavaliere: «Canaglia! Volete dare l’esempio col sangue dei ragazzi? Pescate i caporioni!». E aggiunse: «Portate questo ragazzo in carcere. Da questo momento è alle mie dipendenze! Avanti… per quattro!». G. Giampietruzzi, Autobiografia – Melfi, 1904.